RELAZIONE DI MINORANZA AS 2494 “Delega recante norme relative al contrasto della povertà

Delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali (collegato alla legge di stabilità 2016)” <<<VIDEO>>>

Ai giorni nostri, l’Italia è ancora dotata di un welfare caratterizzato da un ritardo strutturale in relazione ai mutamenti che stanno avvenendo nel mercato del lavoro.

Un welfare notevolmente frammentato, corporativo ed iniquo,  caratterizzato da vaste fasce di popolazione ampiamente tutelate e dall’altro  segmenti di popolazione completamente esclusi da qualsiasi tipo di intervento di natura assistenziale.

Il nodo tra tra disuguaglianza e cattiva flessibilità è determinate, negli ultimi due decenni la disuguaglianza è aumentata di pari passo con l’aumento della flessibilità del lavoro. In particolare, l’Italia si colloca tra i paesi con maggiore disuguaglianza e minore EPL (maggiore flessibilità del lavoro), al contrario dei paesi scandinavi e continentali, che maggiormente rappresentano un modello sociale europeo, coordinato e orientato verso un’economia di mercato sociale. In una tale situazione si spiega facilmente perchè oggi il livello dei consumi in Italia sia pari quasi al livello registrato più di 30 anni fa, nel 1979. I consumi hanno subito una costante diminuzione a partire dal 1990, in parallelo con la flessibilizzazione del mercato del lavoro.

Un mercato del lavoro realmente inclusivo dovrebbe avere delle ben precise caratteristiche come il fornire una formazione mirata, orientata verso quei settori in cui le imprese decidono di investire e richiedono competenze, creare programmi di reinserimento integrati e seguiti da CPI e Agenzie per l’Impiego, attraverso una ricerca attiva e meccanismi di incentivi e di sanzioni efficaci e garantire un adeguata  la spesa per le politiche del mercato del lavoro convergendo verso quella che è la media dell’UE, pari al 2,5%. All’interno di tale spesa inoltre deve essere aumentato il sostegno al reddito, pari in Italia allo 0.8% del Pil contro una media dell’UE pari all’1,5%, semplificando l’accesso e garantendo a coloro che oggi sono esclusi ma disoccupati, di poter accedere ad un reddito di disoccupazione.

 

 

Il disegno di legge in esame

A dispetto degli annunci del Governo, le misure contro la povertà varate con le ultime leggi di finanza pubblica appaiono largamente insufficienti a garantire tutti coloro che oggi vivono in una condizione di povertà e non si pongono l’obiettivo di trovare strumenti strutturali e universali di lotta alla povertà nel medio e lungo periodo.

L’impressione è che tali misure costituiscano solo una rimodulazione di strumenti già esistenti, non configurandosi come provvedimenti atti ad indirizzare il welfare italiano in senso maggiormente inclusivo ma solo uno spostamento di risorse da una platea all’altra.

Appare del tutto evidente l’impossibilità di configurarle come un reddito minimo, essendo gli stanziamenti assolutamente insufficienti persino a coprire l’intera platea di persone in condizione di povertà assoluta, e dunque, a maggior ragione, quelle in povertà relativa, compresi disoccupati, inoccupati, NEET e working poors.

E’ evidente che il disegno di legge prevede una delega molto ampia – una tipologia di provvedimenti cui il Governo ci ha ormai da tempo abituati e attraverso i quali continua sempre più ad scavalcare, erodendola pian piano, la funzione legislativa del Parlamento – con principi e criteri direttivi che sarebbe stato opportuno definire in modo più dettagliato.

E’ evidente (e ci si domanda se ciò non sia esplicitamente voluto) l’eccesso di delega in quanto nel provvedimento non viene individuata con chiarezza la soglia del bisogno e quindi il Governo potrà liberamente stabilire chi è povero e chi non lo è, senza dover necessariamente tener conto di soglie stabilite ex ante come, ad esempio, la soglia di rischio di povertà intesa come il valore convenzionale, calcolato dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) nel rispetto delle disposizioni del quadro comune per la produzione sistematica di statistiche europee sul reddito e sulle condizioni di vita (EU«SILC).

Suscita in generale perplessità la previsione di cui all’articolo 1, comma 2, lett. c) in quanto la capienza del Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale risulta ancora inadeguata alle esigenze della popolazione

Le misure indicate nel provvedimento all’esame non rispondono in concreto (al di là dell’enunciazione della “misura nazionale di contrasto alla povertà”) agli obblighi imposti dall’Unione Europea che a riguardo, con diverse raccomandazioni e comunicati (già dal 1992!), invita gli Stati membri a dotarsi di adeguati sistemi di protezione sociale, raccomandando di riconoscere il diritto basilare di ogni persona di disporre di un’assistenza sociale e di risorse sufficienti per vivere in modo dignitoso.

In riferimento all’articolo 1, comma 1, lett. b) e comma 3, sosteniamo dunque l’esigenza che il previsto riordino, anche qui, non si traduca in una contrazione delle risorse all’uopo destinate, né tantomeno delle poche e comunque inadeguate risorse fiscali relative ai carichi familiari. Al riguardo riteniamo sarebbe stato opportuno un preventivo e preciso “censimento” delle prestazioni erogate dalle amministrazioni pubbliche, anche per rendere l’opera di riordino realmente efficace.

Il comma 4 prevede la costituzione di un organismo di coordinamento per gli interventi e di monitoraggio sull’attuazione della misura; si rileva che ci troviamo di fronte all’istituzione di un ennesimo organismo, come già avvenuto ad esempio nel provvedimento relativo alla riforma del Terzo settore, privo di una sufficiente dotazione di risorse per funzionare adeguatamente e privo di autonomi poteri di monitoraggio e controllo, i quali permangono in capo al Ministero del lavoro. Ci si chiede peraltro perchè funzioni di verifica non siano state affidate piuttosto ad organismi già esistenti come l’INAPP (ex ISFOL) che hanno già dimostrato di possedere le competenze, l’indipendenza e le professionalità necessarie per assolvere tali compiti.

Il provvedimento svela peraltro la ormai palese e dichiarata volontà di demandare all’attore privato ampie competenze riguardanti l’assistenza sociale, nell’ambito dei criteri direttivi per il riordino della normativa in materia di sistema degli interventi e dei servizi sociali, si fa riferimento alla promozione di accordi territoriali tra i servizi sociali e gli altri enti od organismi competenti per l’inserimento lavorativo, l’istruzione e la formazione e la salute, nonché l’attivazione delle risorse della comunità e, in particolare, delle organizzazioni del terzo settore e del privato sociale impegnate nell’ambito delle politiche sociali, al fine di realizzare un’offerta integrata di interventi e di servizi che costituisce livello essenziale delle prestazioni (articolo 1, comma 4, lett. h).

Si ricorda che nell’articolo 5 della legge 8 novembre 2000, n. 328, è già contemplato il ruolo del terzo settore, sia nel rispetto del principio di sussidiarietà e sia nel rispetto delle consuete forme di aggiudicazione o negoziali che consentono ai soggetti del terzo settore di cooperare con gli enti territorialmente competenti, da qui emerge il vero intento o il reale percorso verso un sistema privatizzato e finanziarizzato dei diritti fondamentali cui lo Stato, orientato dalla Costituzione ed in coerenza con gli articoli 2, 3 e 38 della Costituzione medesima, dovrebbe in primis garantire con propri mezzi e risorse, usufruendo di soggetti terzi (il terzo settore) solo in un’ottica di collaborazione e di sussidiarietà e non come vera e propria sostituzione.

Con altrettanta fermezza sollecitiamo Parlamento e Governo a valutare attentamente l’utilizzo dell’ISEE quale parametro di riferimento per l’accertamento delle condizioni d’accesso al beneficio previsto dal disegno di legge in discussione: abbiamo a più riprese segnalato nel corso dell’attuale legislatura (si veda su tutte la mozione n. 1-00532) la inadeguatezza del nuovo ISEE a certificare la reale situazione economica delle famiglie. All’esito della prima applicazione, da più parti si è segnalato che il nuovo ISEE ha di fatto escluso dall’accesso a prestazioni agevolate milioni di famiglie che invece ne avrebbero bisogno, famiglie che ora appaiono come “ricche” mentre non lo sono, famiglie con situazioni di disagio che l’ISEE non è in grado di valutare adeguatamente, famiglie con tanti figli che l’attuale scala di equivalenza dell’ISEE non è in grado di tenere in opportuna considerazione.

In sostanza il Governo, nel mettere in campo una delega su un tema così importante, ricorre a uno strumento cui peraltro dovrà metter necessariamente mano a seguito delle recenti sentenze del Consiglio di Stato, operando così una scelta inopportuna, temporanea e inevitabilmente destinata a rivelarsi fallimentare.

Sarebbe stato invece assolutamente opportuno che il Governo avesse prima proceduto ad una definitiva e seria riforma dello strumento ISEE affinché il calcolo fosse effettuato tutelando realmente i soggetti più deboli della nostra società in maniera del tutto conforme alle citate pronunce del giudice amministrativo, e non preferire invece l’adozione di una soluzione temporanea, per utilizzarla poi come parametro fondamentale di riferimento e con ruolo centrale e determinante per l’erogazione della misura prevista dal disegno di legge.

Ciò che deve essere assolutamente escluso nell’esercizio della delega è che si riduca il numero degli aventi diritto, che si tenda a “fare cassa” attraverso l’eliminazione di altre misure di protezione sociale (assegno sociale, assegni familiari, detrazioni per familiari a carico etc.).

Ulteriore preoccupazione desta la grossa mole di lavoro che l’applicazione della misura implica a carico delle amministrazioni, in particolare quelle comunali, e delle relative risorse per farvi fronte.

I Comuni, con le poche risorse a disposizione dovranno prendere in carico tali situazioni disagiate, creare dei progetti sociali, monitorarli, coordinarli, a fronte dei continui e ingenti tagli di risorse registrati negli ultimi anni. A tal proposito, si deve inoltre osservare come il disegno di legge in esame non preveda misure concrete volte a garantire la continuità e il rafforzamento dei servizi sociali e delle amministrazioni competenti sul territorio in materia di servizi per l’impiego. Lo “sforzo” dello stato centrale sembra molto meno oneroso dato che il suo ruolo sembra invece essere solo quello di concedere risorse, tra l’altro non a regime, perchè non si tratta di una misura strutturale, quindi ogni anno l’efficacia e la reale portata della misura resteranno un’incognita.

La vera misura di contrasto alla povertà: il reddito di cittadinanza

La povertà e l’esclusione sociale costituiscono violazioni della dignità umana e dei diritti umani fondamentali.

L’ISTAT stima che le famiglie residenti in Italia in condizioni di povertà assoluta sono pari a 1 milione 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi). Secondo le rilevazioni ISTAT la povertà relativa risulta stabile nel 2015 in termini di famiglie (2 milioni 678 mila, pari al 10,4% delle famiglie residenti dal 10,3% del 2014) mentre aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014).

Il tasso disoccupazione generale è del 12% e quello di disoccupazione giovanile risulta pari al 40,1%, Inoltre la percentuale di inattivi è pari al 34,8%.

In un mercato del lavoro destinato, come abbiamo visto, a diventare sempre più flessibile, l’unica misura che permetterebbe di avere una continuità economica per i periodi in cui non c’è occupazione e con reali effetti positivi innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso per l’economia e per i consumi, è il reddito di cittadinanza.

Il gruppo del Movimento 5 stelle è stata la forza politica che più coerentemente ha sostenuto, in questa legislatura, l’introduzione anche nell’ordinamento italiano di una misura di sostegno al reddito denominata “Reddito di Cittadinanza” presentando un apposito disegno di legge in ciascun rame del parlamento (AS 1148, AC 2723).

Tuttavia l’iter del provvedimento, e dei disegni di legge connessi, presso la Commissione 11^ del Senato, iniziato il 7 gennaio 2015, è stato di fatto bloccato all’inizio del 2016. Una scelta chiaramente dettata dalla volontà del Governo e della maggioranza di impedire un serio ed approfondito dibattito parlamentare in merito alla tematica del reddito di cittadinanza, aggirando l’ostacolo con la presentazione di un disegno di legge, quello in esame, che, come sottolineato più volte, appare totalmente differente sia come impostazione sia come possibili ricadute.

Nel suo progetto di legge il Movimento 5 Stelle ha sostenuto, in particolare, la necessità dei seguenti punti:

– la misura deve essere condizionata alla soglia di rischio di povertà (AROPE) elaborata da EUROSTAT, la soglia di rischio di povertà è fissata al 60 % del reddito disponibile equivalente mediano nazionale;

– i regimi di reddito minimo dovrebbero assicurare l’erogazione di un reddito al di sopra della soglia di povertà, prevenire le situazioni di grave privazione materiale e far uscire le famiglie da tali situazioni;

– i regimi di reddito minimo devono essere integrati in un approccio strategico orientato all’integrazione sociale, che preveda sia misure generali sia politiche mirate per l’emersione del soggetto dalla condizione di povertà

– è necessario definire appropriati criteri di ammissibilità per beneficiare di un adeguato regime di reddito minimo;

– per contrastare in modo efficace la “trappola della povertà” l ‘efficienza delle misure di sostegno al reddito a contrasto della povertà e dell’esclusione sociale deve fortemente condizionata dagli investimenti nelle politiche attive del lavoro e in particolare nei servizi sociali e nei servizi per l’impiego pubblici;

– per le persone in età lavorativa tali prestazioni prevedono l’obbligo della partecipazione a reali misure attive di sostegno per incoraggiare l’inserimento o reinserimento nel mercato del lavoro: quali persorcorsi di formazione e riqualificazione professionale, ricerca attiva del lavoro, percorsi di accompagnamento all’inserimento lavorativo.

In riferimento agli ultimi due punti il Movimento 5 stelle, attraverso la proposta di introduzione del reddito di cittadinanza, propone anche una seria riforma dei centri per l’impiego nell’ottica di rendere pienamente operativi tali organi statali, già esistenti, ma scarsamente efficienti, e renderli quindi finalmente produttivi.

L’efficacia delle misure di cui all’AS 1148 è state riconosciuta dall’ISTAT, il quale nella memoria depositata in occasione della audizione del 15 giugno evidenzia come la proposta presenti caratteristiche apprezzabili per tale tipo di provvedimenti come la definizione di una scala di equivalenza a livello familiare, la copertura totale tra la soglia ed il reddito familiare e che essa ripartisca il sussidio individualmente a tutti i membri del nucleo.

Mentre l’Italia non tiene conto della raccomandazione 92/441/CEE del Consiglio dell’Unione Europea (che riconosce “il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana“) e della risoluzione del 20 ottobre 2010 sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e nella promozione di una società inclusiva in Europa, secondo l’Osservatorio sociale europeo, forme di sostegno al reddito esistono già in 26 Stati membri dell’Unione.

La garanzia di un reddito minimo e di retribuzioni minime di livello adeguato è compresa nella Prima stesura del pilastro dei diritti sociali e che durante la conferenza ad alto livello tenutasi a Bruxelles il 23 gennaio 2017. A conclusione della consultazione pubblica su questo tema, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha ribadito che tali misure dovrebbero essere adottate da tutti gli Stati membri.

Nell’allegato si può leggere “La maggior parte degli Stati membri, ma non tutti, erogano un reddito minimo alle persone in condizioni di povertà o a rischio di povertà che non dispongono di altri mezzi di sussistenza”.

Conclusioni

In conclusione riteniamo che rispetto al tema della povertà l’Italia, anche con la misura che si intende varare col presente disegno di legge, rimanga drammaticamente indietro rispetto al resto d’Europa, e rispetto ai principi enunciati nel pilastro europeo dei diritti sociali, continuando ad essere l’unico Paese insieme alla Grecia a non aver mai previsto delle forme definitive di sostegno del reddito.

In altri termini, il Governo non considera ancora la lotta alla povertà all’interno di un ragionamento più ampio sulle politiche di redistribuzione, avendo proceduto ancora una volta in un’ottica in cui il welfare sembra sempre più spostato sul terreno della beneficenza e sempre meno su quello dei diritti sociali.

Il finanziamento complessivo della misura unica di contrasto della povertà che il Governo intende estendere su tutto il territorio nazionale risulta ugualmente una cifra insufficiente, se paragonata alla proposta del Movimento 5 Stelle relativa al reddito di cittadinanza.

Il reddito di cittadinanza è una misura che tutela e restituisce vera dignità ai cittadini più deboli: è destinato ai disoccupati e a coloro che percepiscono un reddito di lavoro o una pensione inferiori alla soglia di povertà. Si tratta di uno strumento che assicura, in via principale e preminente, l’autonomia delle persone e la loro dignità, e non si riduce a una mera misura assistenzialistica contro la povertà.

A differenza della misura introdotta dal Governo, la soluzione proposta dal Movimento 5 stelle rappresenta una vera e propria manovra finanziaria che ha il pregio sia di individuare in maniera specifica i beneficiari della misura di sostegno, sia di reimmettere risorse nel circuito commerciale del nostro Paese, offrendo, oltre al sostegno economico, la concreta possibilità di tornare a fare parte della società e del mondo del lavoro nel pieno rispetto dei principi solennemente sanciti dalla Carta Costituzionale e come con successo sperimentato in alcune realtà locali amministrate dal Movimento 5 stelle, come ad esempio il Comune di Livorno.

E’ necessario pertanto rilanciare con forza l’ormai irrimandabile necessità dell’inserimento di un reddito di cittadinanza condizionato alla soglia di povertà per una lotta alle diseguaglianze, evitando d’ora in avanti che si utilizzi il tema della lotta alla povertà in maniera propagandistica, utilizzando altre misure surrogate, diverse nei contenuti e nelle finalità e soprattutto di scarsa efficacia.

L’unico elemento positivo di questo provvedimento è che con esso finalmente si affronta un dibattito istituzionale sull’emergenza povertà, ma ci chiediamo se siamo dinanzi ad un piccolo passo in avanti nella lotta alla povertà oppure se si tratta dell’ennesimo provvedimento di propaganda elettorale, come purtroppo il Governo ci ha abituato sino ad ora.

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